mercoledì 19 marzo 2014

quattordici mesi dopo.


L'aria d'inverno portava brividi leggeri, il sole s'intravedeva da lontano come una vaga macchia aranciata; un vociare in lontananza di bimbi giocosi e l'intreccio dei rumori di città.
Un ragazzo, una ragazza, in mezzo al trambusto.
Lui, io, in mezzo al mondo. Quello stesso mondo che pareva svanito, pufh. Ed è bastato lui per eliminare il resto. Ed è bastato lui per essere felice.
 Mi stringeva, mi baciava, e so, perché io lo so, che mi amava; perché se non ami non te ne importa così tanto. E a lui importava a tal punto di poter morire, per me.
Lo abbracciavo, gli sussurravo parole che soltanto lui avrà udito, ché il grido degl'innamorati è silenzio per gl'altri.
Camminavamo mano nella mano, sensazioni nuove, mondo sconosciuto. Tutto pareva nuovo, mai visto. E con la mia riuscivo a scaldare la sua mano, congelata dal pieno Gennaio che stavamo percorrendo passo dopo passo, senza oltrepassare nessuna linea gialla. Senza fretta. Dopotutto, se si ha una vita davanti, che fretta ci può essere?

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