mercoledì 9 luglio 2014

Write for a life

Alla scuola materna ero io quella strana, quella che disegnava ogni membro della propria famiglia, anche quei parenti di millesimo grado di cui ricordava sempre le date di nascita. E ce le scriveva.
Ero io quella bambina che disegnò un gatto con due zampe: maestra e mamma non riuscivano a capire perché. Ma devo spiegare loro tutto io? "Ma è di profilo!"
Ero io quella che già fantasticava per i fatti suoi, ma non lo dava a vedere per dimostrare di essere già razionale. A quattr'anni.
Alle elementari ero io quella che otteneva dieci con lode e aveva le orecchie arrostite ad ogni elogio al suo già sviluppato senso di logica.
Ero io quella che a casa, anziché giocare come tutti, si divertiva a svolgere cruciverba.
Ero io quella che, ad otto anni, provò a scrivere un romanzo, con la trama ispirata da un sogno... e lo scrisse in due quaderni, e poi lo trovò infantile rileggendo.
Peccato che sono io quella che, sfogliando libri in libreria qualche mese fa, lesse la sua stessa trama con lo stesso nome che aveva dato lei al protagonista.
Io l'ho scritto ad otto anni, qualcun altro da maggiorenne... e l'ha pubblicato.
Ero io che continuavo a fantasticare ed immaginare, ero io quella con tanta fantasia, ma cercavo sempre di apparire matura e razionale.
Stavo sempre a scrivere e disegnare.
Scrissi il mio secondo pseudo romanzo, e ci credevo davvero tanto.
Ci avevo messo il cuore, completamente. Ero invidiosa della protagonista per il ragazzo che avevo inventato io. C'era il mio cuore in quelle pagine. Lo trascrissi al computer in ufficio dal nonno, stampai la copertina.
"I'm loving angels instead" il titolo, essendo ispirato alla canzone di Williams.
E poi persi l'interesse pure in quello.
Continuavo a fantasticare ed organizzare il mio futuro: avevo tante idee, ma ero ancora alle elementari.
Il mio terzo tentativo fu una sorta di romanzo thriller psicologico stile ragazzina di nove o dieci anni.
Ma non andava bene.
Ero io quella che alle medie vinse uno stupido torneo di verbi. Come se essere a conoscenza dell'esistenza del congiuntivo e del condizionale fosse un qualcosa di talmente assurdo da meritare un premio.
Ero io che provai di nuovo, con altri due quaderni pieni di parole. Parlavo di Aleksander, questo ragazzo polacco che assiste alla lenta morte della sua prima fidanzatina Chanel, divorata da una leucemia triste.
E ricordo che la copertina era un mio disegno: Aleksander che in primo piano piange, osservando lei che si siede sorridendo sulla strada attendendo la prima auto.
Come se solo la morte potesse salvarla dal dolore.
Eppure, non riuscivo a concludere.
Perché il mio problema è sempre stata la conclusione, la fine: non so mai come chiudere ed ho paura di farlo troppo presto. Perciò non lo faccio mai. Ma se poi è troppo tardi?
E allora lascio perdere.
Sono io quella che ama il disegno e cerca di rendere il suo corpo un buffo
dipinto, con questo innaturale rosso in testa e tutti questi immancabili fiocchi da bambolina dark.
Sono sempre io che tiene la penna in un modo strano.. ma forse è proprio la stranezza il luogo nel quale nasce questo mio amore. Sì, in seconda media il tema da fare era l'amore, e parlai della scrittura.
E le mie orecchie continuano a bruciare ad ogni complimento... ma non c'è cosa più bella di un "ehi, che brava, scrivi bene.".
Amo l'arte in ogni sua forma. E allora continuo a fantasticare, volendo comunque sembrare razionale, eh.
Ora ci sto di nuovo tentando, e Shanley potrebbe essere quella giusta.
Quella che mi farà conoscere per ciò che è la mia fantasia nascosta da sempre.
Perché io voglio fare della scrittura la mia razionalità.

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