sabato 11 febbraio 2017

Il primo tramonto ad est

Questo non è mai stato il posto  adatto a me, penso, mentre per l'ultima volta  respiro  quest'aria nel pieno della notte, sola come sempre, sola come mai. Questo non è mai stato il posto adatto a me; la mia rabbia cresceva ogni volta che mi accorgevo che niente sarebbe mai stato come avrei voluto, e non avrei mai potuto fare niente per modificare l'andamento delle cose. Tutto è già scritto, così come il sole sorge ad est e muore ad ovest e non può essere il contrario, tutto ciò che succede è inequivocabilmente già deciso. Io non ho mai voluto accettarlo. Non ho mai saputo colorare dentro le linee, restare nei margini.
La mia mente viaggia su un'altra orbita, non sono in linea con il mondo, e non ho mai potuto esserlo, e ho gridato e inveito contro ogni cosa, contro tutto, contro tutti, contro l'impossibilità. Perché non si può decidere come vivere? Cosa vedere, chi essere?
Questo non è mai stato il posto adatto a me, penso per l'ultima volta, e sorrido amaramente, perché domani non potrò più farlo: domani non esisterà più nessuno, più niente.
Hanno detto così, la Terra si fermerà per poi riprendere subito dopo a ruotare su se stessa, ma nel senso opposto. La fermata sarà letale per l'umanità, e tutto smetterà di essere. Nel momento esatto in cui bloccherà la sua rotazione, avverranno incessanti catastrofi. Tsunami e terremoti, i vulcani erutteranno probabilmente, il mondo farà finta che noi non ci siamo, e infatti non ci saremo. Non più.
Morirò esattamente come tutti gli altri, ma almeno con me cesserà di esistere anche questo senso di impotenza verso la successione continua di eventi che non si possono gestire, di azioni che non voglio compiere, ma devo. Tutto morirà, ma la Terra, fermandosi, interromperà ella stessa la logica del determinatismo.
E se resisterà, tra chissà quanti milioni di anni, forse, darà nuovamente la possibilità alla vita di crearsi, forse l'uomo rinascerà. Imparerà di nuovo a sopravvivere, ad accendere un fuoco, a ripararsi dalle intemperie, a parlare. Ad amare.
Quelle persone non saranno uguali a quelle che ci sono ora, penso ancora, mentre la notte mi inghiotte sempre di più. Loro saranno esattamente come me: il contrario, la loro sarà una visione sottosopra come la mia, ma anche il mondo lo sarà. Per cui saranno in linea con la loro natura, così come lo sarei io. Ma sono nata quando la terra non era il posto adatto a me.
Provo invidia per quel tempo ancora lontano, provo invidia e amarezza, perché sono stata costretta a vivere una vita che non avrei mai potuto vivere a modo mio? Perché ho dovuto assaporare l'insoddisfazione e la rabbia senza possibilità di cambiare? Perché, ma ormai che senso ha, ma tanto che senso ha mai avuto.


Tutti si sono riuniti, appena le televisioni hanno annunciato che non ci sarà un domani, hanno cercato i propri cari e quelli che non vedevano da anni per dirsi addio insieme; alcuni hanno fatto chilometri, altri solo due passi, però adesso si staranno abbracciando e piangeranno l'uno sulla spalla dell'altro, i genitori guarderanno i propri figli chiedendosi cosa abbiano sbagliato per  non   aver potuto garantire loro  un futuro, ma era già determinato.  Alcuni hanno smesso di litigare perché ormai non ne vale la pena, altri  fanno  le cose  che  non  hanno  mai potuto fare,  perché  adesso  che  hanno da  perdere?
Avrei potuto farlo anch'io, e invece sono qui che guardo le stelle e  semplicemente  aspetto, ascolto qualche canzone e penso al futuro più lontano a cui abbia mai pensato. Tra milioni e milioni di anni ci sarà un palazzo simile a questo,  con  una  finestra  simile  a  questa  e  una  ragazza simile a me.
Penso a lei. Forse avrà il cuore spezzato o forse no, ma starà guardando il mondo, e forse non saprà nemmeno che un tempo molto precedente a lei tutto quello era già successo.

C'è un boato che spezza le onde del suono, qualcosa di mai sentito e di irripetibile: è quasi ora.

Penso ancora a lei, che, al contrario mio, amerà la vita come nient'altro, e guarderà con gli occhi lucidi  il sole tramontare ad est.

sabato 4 febbraio 2017

άβουλη

Vorrei tanto star piangendo per ciò che di stupido è accaduto oggi; significherebbe avere la stessa motivazione di chiunque, ma almeno averne una.
Significherebbe sentirsi esattamente come tutti, ma almeno normale.
Cos'è realmente la normalità, questo non mi è chiaro, ma quando provo a farmi domande di questo tipo entro in un mondo del tutto distaccato da questo, in un mondo solo mio, ed è lì che, anche se non so cosa voglia dire, non mi sento normale.
Così evito di pormi quesiti, ma sfidare questa mente è pressoché impossibile, e mi chiedo chi ha inventato il tempo e perché ora sono le 2:34 della notte e perché è notte quando c'è buio e quindi ancora che cos'è il buio: è facile impazzire.  Mi chiedo perché Dio ha posto l'albero del peccato sapendo che l'uomo, in quanto tale, non sempre resiste alle tentazioni, e poi ancora: se ci ha creati a propria immagine e somiglianza, allora è anche vero che egli stesso è umano e, in quanto tale, peccatore?
Mi domando se capita a tutti sentirsi sbagliati nel mondo, e poi rendersi conto che in realtà è la società su cui esso si basa a non essere adatto a lui: ma che fare? Non esistono alternative; mi domando se sono io a conoscere troppo poche parole e non riuscire a spiegare la mia incessante inquietudine verso la vita, o se è così poco comune da non poter facilmente essere compresa.
Io non me la prendo con chi non capisce, anzi, sono sollevata per loro: non ne conoscono la sensazione, indi non l'hanno mai vissuta. Invidio molto, però, l'umana capacità di provare emozioni positive e la non necessità di chiedersi il senso delle cose. Tutti si saranno chiesti, in un giorno di pioggia o di noia: perché devo andare a scuola?
Ma non credo che gli stessi tutti si siano risposti che l'uomo un tempo decise che il sapere fosse di una rilevanza particolare, che tutti avrebbero dovuto sapere. Ma sapere cosa? Sapere tutto. Non potrò mai sapere tutto: morirò, tutti moriremo vuoti, senza sapere nulla, credendo di sapere chissà quanto.

È deleterio; si comincia dalle piccolezze: perché piove? Te lo spiegheranno e ti sentirai soddisfatto di aver ottenuto una risposta che ha la parvenza di un senso logico e scientifico più grande di te, e perciò inconfutabile.
Poi, perché è nato il mondo? E perché proprio questo mondo, perché proprio l'universo? Quanto è grande l'universo? Chi l'ha deciso che è infinito?

Perché proprio io in questo corpo, con certe capacità sviluppate e certe lacune, con certe passioni e altrettante avversioni?  E perché proprio persona? Cosa sarebbe successo se fossi nata albero, filo d'erba o leone?

Ci vuol poco per rendercisi conto che niente di tutto ciò, in realtà, ha una risposta. Per questa ragione, ogni parola è confutabile, persino quella bei confronti di Dio, e la sua stessa parola. Inoltre, se sono a sua immagine e somiglianza, ho tutto il diritto di oppormi al suo giudizio, al suo pensiero.

Facendosi questo genere di domande si perde la fiducia nelle persone, la fede e la curiosità verso la vita. Perché sì, poi ti chiederai anche: perché la vita?
Ti diranno: per essere felice.
Chi ha deciso che essere felice è bello? Chi stabilisce la bellezza?
E allora in non molto tempo trarrai la tua conseguenza. Perché la vita? Per nessun motivo. L'inutilità della vita è la ragione per la quale io mi sento così. L'esistenza è particolarmente lunga, per non avere uno scopo; per questo, di certo, molti -tutti?- cominciano ad attribuirle il proprio. Ma la verità è che non c'è nessuna verità, e nemmeno nessuna bugia: perché cos'è il vero?
Cos'è il falso?

Così io fuggo da questo mondo rifugiandomi nel mio, cosa che ho scoperto essere propria dei folli, ma non ho di che preoccuparmi: la follia è relativa e non definibile, sicché nessuno è folle o tutti sono folli.

Sono queste le ragioni per cui sono terrorizzata all'idea di vivere, e non sono mai né felice né infelice. Vivo nell'abulìa, e chiunque intorno a me non ne comprenderà mai la profondità.

Vorrei tanto piangere per ciò che di stupido è accaduto oggi, ma in realtà ogni lacrima che scende, si spreca per la mia insoddisfazione non verso di me, ma verso l'essenza di ogni cosa.