sabato 4 febbraio 2017

άβουλη

Vorrei tanto star piangendo per ciò che di stupido è accaduto oggi; significherebbe avere la stessa motivazione di chiunque, ma almeno averne una.
Significherebbe sentirsi esattamente come tutti, ma almeno normale.
Cos'è realmente la normalità, questo non mi è chiaro, ma quando provo a farmi domande di questo tipo entro in un mondo del tutto distaccato da questo, in un mondo solo mio, ed è lì che, anche se non so cosa voglia dire, non mi sento normale.
Così evito di pormi quesiti, ma sfidare questa mente è pressoché impossibile, e mi chiedo chi ha inventato il tempo e perché ora sono le 2:34 della notte e perché è notte quando c'è buio e quindi ancora che cos'è il buio: è facile impazzire.  Mi chiedo perché Dio ha posto l'albero del peccato sapendo che l'uomo, in quanto tale, non sempre resiste alle tentazioni, e poi ancora: se ci ha creati a propria immagine e somiglianza, allora è anche vero che egli stesso è umano e, in quanto tale, peccatore?
Mi domando se capita a tutti sentirsi sbagliati nel mondo, e poi rendersi conto che in realtà è la società su cui esso si basa a non essere adatto a lui: ma che fare? Non esistono alternative; mi domando se sono io a conoscere troppo poche parole e non riuscire a spiegare la mia incessante inquietudine verso la vita, o se è così poco comune da non poter facilmente essere compresa.
Io non me la prendo con chi non capisce, anzi, sono sollevata per loro: non ne conoscono la sensazione, indi non l'hanno mai vissuta. Invidio molto, però, l'umana capacità di provare emozioni positive e la non necessità di chiedersi il senso delle cose. Tutti si saranno chiesti, in un giorno di pioggia o di noia: perché devo andare a scuola?
Ma non credo che gli stessi tutti si siano risposti che l'uomo un tempo decise che il sapere fosse di una rilevanza particolare, che tutti avrebbero dovuto sapere. Ma sapere cosa? Sapere tutto. Non potrò mai sapere tutto: morirò, tutti moriremo vuoti, senza sapere nulla, credendo di sapere chissà quanto.

È deleterio; si comincia dalle piccolezze: perché piove? Te lo spiegheranno e ti sentirai soddisfatto di aver ottenuto una risposta che ha la parvenza di un senso logico e scientifico più grande di te, e perciò inconfutabile.
Poi, perché è nato il mondo? E perché proprio questo mondo, perché proprio l'universo? Quanto è grande l'universo? Chi l'ha deciso che è infinito?

Perché proprio io in questo corpo, con certe capacità sviluppate e certe lacune, con certe passioni e altrettante avversioni?  E perché proprio persona? Cosa sarebbe successo se fossi nata albero, filo d'erba o leone?

Ci vuol poco per rendercisi conto che niente di tutto ciò, in realtà, ha una risposta. Per questa ragione, ogni parola è confutabile, persino quella bei confronti di Dio, e la sua stessa parola. Inoltre, se sono a sua immagine e somiglianza, ho tutto il diritto di oppormi al suo giudizio, al suo pensiero.

Facendosi questo genere di domande si perde la fiducia nelle persone, la fede e la curiosità verso la vita. Perché sì, poi ti chiederai anche: perché la vita?
Ti diranno: per essere felice.
Chi ha deciso che essere felice è bello? Chi stabilisce la bellezza?
E allora in non molto tempo trarrai la tua conseguenza. Perché la vita? Per nessun motivo. L'inutilità della vita è la ragione per la quale io mi sento così. L'esistenza è particolarmente lunga, per non avere uno scopo; per questo, di certo, molti -tutti?- cominciano ad attribuirle il proprio. Ma la verità è che non c'è nessuna verità, e nemmeno nessuna bugia: perché cos'è il vero?
Cos'è il falso?

Così io fuggo da questo mondo rifugiandomi nel mio, cosa che ho scoperto essere propria dei folli, ma non ho di che preoccuparmi: la follia è relativa e non definibile, sicché nessuno è folle o tutti sono folli.

Sono queste le ragioni per cui sono terrorizzata all'idea di vivere, e non sono mai né felice né infelice. Vivo nell'abulìa, e chiunque intorno a me non ne comprenderà mai la profondità.

Vorrei tanto piangere per ciò che di stupido è accaduto oggi, ma in realtà ogni lacrima che scende, si spreca per la mia insoddisfazione non verso di me, ma verso l'essenza di ogni cosa.

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