domenica 12 marzo 2017

Odissea in me.

Chi volle una tale sofferenza in me,
chi desiderò che il mio animo si struggesse a cercar motivi per struggersi,
questo non so raccontarvi,
e spero soltanto fremendo assai che i numi vendichino il mio povero cuore;
nacqui col sole che mi disprezzava, e al contempo in me crescevano e logoravano le mie carni
l'ira e l'immensa malinconia.
Non fui mai felice, mi è concesso affermarlo, tra copiose lacrime
e un tale sgomento,

Mentr'ella, creatura dell'Ade dagli occhi assenti e la voce che solo alle mie orecchie poteva giungere,
digrignava i denti affilati come morente dalla voglia d'uccidermi, certo la mia anima
tentava di fuggirsene, ma tanto più correva
e perdeva fiato e speranza,
quanto la belva dagli occhi assenti inseguendola con bellicose intenzioni
le era vicino.

Così decisi: l'avrei lasciata fare.
E così divorò la mia luce.

Dovetti intraprendere un viaggio, dunque,
ché perduta la propria è necessario illuminarsi d'altro;
e dovetti allontanarmi dalle mie tenebre.

Innanzi andavo, voltando sovente lo sguardo al terreno
già calpestato. Innanzi andavo,
a tastoni: chi volle per me la totale oscurità?

Nel mio cammino mi imbattei nella sorridente e bella da illusione Morte, bramata da molti che, purtroppo,
se ne pentono soltanto a danno fatto.
"Brillerò per te" udii provenire dalle sue incantevoli labbra, le stesse che baciano per l'eterna pace.
Ma notti insonni avevo già vissuto allora, e
l'abitudine cattiva mi veniva in aiuto
per non cadere in tentazione.
Un eterno sonno che avrebbe potuto darmi? Una eterna convivenza con la belva che mi viveva dentro.

Dunque procedetti in questo immenso Cnosso che pareva avere soltanto una porta per entrare,
senza possiblità di andarsene diversi,
cambiati,
e caddi innumerevoli volte.
Tra un faticoso dì ed una terrificante notte,
non distinguevo più la speranza di uscire
da quella di riscorgere Morte e baciarla.
Caddi senza più sperar alcunché, poi,
-perché non giungesti fino alla fine,
sino allo stremo delle forze?- chiederete,
e avrete ragione. Ma, non scordiamo,
io portavo in me una belva dallo sguardo assente,
che bramava il mio delirio e le mie lacrime
di sfinimento.

Fu così che mi accasciai, accarezzando gelida la terra,
accarezzando la gelida terra; incapace di reagire,
tantomeno di vedere.
-Resterete lì per sempre?- chiesero parole che vidi uscire da un qualche generato
da Zeus.
Alché "perché non vi avvicinate?" domandai
senza proferir parola, e il dio mi rispose.
-Perché restando qui
sto indicandovi la strada-

Così in un istante fui sui due piedi che tanto invano avevan camminato, ma il dio mi fermò
non appena mi vide andargli verso, e allora
non capii.

-Gli dei han voluto il mio male e ora? Ora lasciano ai miei occhi
intraveder un futuro senza parassiti a logorar l'animo,
lasciano ch'io veda la fine senza poter finire?Perché pago la pena di qualcosa che non ho mai commesso?- e altre parole d'ira ancora avrei voluto pronunciare,
ma il figlio di Zeus dall'aria sofferta mi raggiunse.

-Uscii anch'io da questo luogo tetro,
ove il respiro tuo è l'unico a cui puoi donar fiducia.
Non fu semplice,
né veloce come il pie' d'Achille,
ma i ricordi suggeriscono
al mio cuore più forte
che la via è meno buia
se viviamo della stessa luce.-

Ciò che sto per narrare pare inverosimile,
ma mi successe esattamente così,
senza iperbole, senza follia;
quando quel viso si contrasse
in un fulgido sorriso,
fu così che trovai la mia luce;

da allora la selva la attraverso al fianco d'un dio,
e sì camminerò ancora,
e cadrò ancora,
ma la belva sarà sempre meno spesso qui,
timorosa del bagliore;
la vita sarà sempre più da vivere
se viviamo della stessa luce.

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