lunedì 1 maggio 2017

Camera numero venti

Così aspettavo e l'attesa non mi pesava affatto, non più, ché avevo aspettato a lungo e quelli erano, finalmente, solo gli ultimi attimi. Moriva un'attesa lunga quarantuno lune, ma quella sera l'avremmo guardata insieme.
Così aspettavo, un po' camminando nervosamente avanti e indietro, un po' sedendomi e lasciando penzolare una gamba, che andava a tempo con la musica scriteriata nella mia testa.
Faceva ritardo e ciò mi tranquillizzava: di certo era l'impazienza a dominare, ma viveva in me anche una forte agitazione. Temevo un blocco, temevo il tremolio delle ginocchia e della voce, il rossore del viso.
"Sei su questo pullman, quello appena arrivato?"
"Sì, ti ho vista." e il respiro si accorciò.
Tutto reale, estremamente vicino, concreto e tangibile. Mancavano solo gli ultimi secondi, pochi istanti per cercare di capirci qualcosa, ma in verità non riuscivo nemmeno più a pensare.
Le ruote giravano sempre più lentamente, poi si fermarono.
 Il motore si spense.
La porta si aprì.
Ne uscì tutto ciò che avevo sempre desiderato, e sorrideva proprio a me. Mi avvicinai e lasciai che la mia vita cominciasse a far parte di me, mi lasciai coprire d'amore dalle sue braccia.
Credetti di sentirmi male: si può essere così felici?
Finalmente si concretizzarono anche i baci, che sapevano di impegno e fortuna, di fatica e di serenità;  non fu facile convincersene, ma era qua, e per me aveva divorato in una notte settecento chilometri.

Camera numero venti, secondo piano.
Quanti attimi indimenticabili sono rimasti tra le lenzuola di quel letto odioso, sui vetri di una finestra intera per miracolo, quanti sorrisi sono stati fatti e causati in quelle quattro mura che per qualche giorno sono state la nostra casa?
Non lo avrei  mai lasciato andare, se solo avessi potuto.
Ma che altro potevo fare per averlo sempre con me?

Ci pensò un tale che da noi probabilmente tentava solo di ottenere soldi; ci riuscì anche, ma ciò che fece lui per noi non parve rilevante subito, ma acquistò valore dopo, quando ci rendemmo conto che due bracciali identici un minimo di forza ce l'avrebbero potuta anche dare, quando non saremmo più stati vicini. Come se guardandolo venisse in mente che sì, lo abbiamo uguale. Che sì, siamo stati insieme, è successo davvero e si ripeterà. Sempre.
Quel giorno c'era il sole e i suoi occhi erano ancora più chiari, i miei già lucidi... chi è che vuole allentare la presa della felicità?

Trascorsero altri giorni veloci come quando non vuoi che passino, arrivammo all'ultima sera con poche parole e molte lacrime, che si posavano reciprocamente sulle nostre spalle, perdendosi tra pelle e tessuto, tra i miei capelli così lunghi da vestirmi.
"Madre di dio, quanto sei bella."
"Non voglio che te ne vai."
"Nemmeno io voglio andarmene."

Talvolta si è costretti a fare o subire ciò che non si vorrebbe, e bisogna imparare ad accettare che non tutto nella vita è un piacere, che a volte si deve e basta. Ma quando si tratta di due persone che si amano, le domande cambiano, la rabbia sale. Perché io devo separarmi da te?
Perché tu devi andare sempre via?
Perché io non posso essere felice?
"Stringimi ancora un po'" pensai, ma lo stava già facendo.
"È solo dividersi, mai perdersi."


Così aspettavamo, e se qualche giorno prima non attendevo altro che vederne uno, in quel momento avevo il terrore di veder spuntare il pullman che l'avrebbe di nuovo portato via da me. Furono poche le parole e tanti gli abbracci silenti, le carezze sui solchi lasciati dalle lacrime. Qualche sorriso triste, gli ultimi baci.
Puntuale come solo quando dovrebbe essere in ritardo, arrivò il pullman e restammo lì davanti gli ultimi attimi.
"Torna presto..."
"Ci vediamo presto, amore mio."
La presa si allentò, poi le mani si separarono. Si girò ancora una volta, poi fu inghiottito dal pullman più odioso di tutti.
Restai immobile qualche secondo, respirai.
E già aspettavo che tornasse.

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